Bruno Pesaola, 83 anni, il nostro “petisso”, un milione di sigarette fumate sino all’altro ieri (minimo sessanta al giorno), le dita gialle come quelle di un cinese, le arterie intasate e i polmoni affumicati, i suoi famosi, straordinari polmoni di inesauribile corridore all’ala sinistra diventati deposito di catrame, mi sorride dal lettino della Clinica Center al Parco San Paolo. Sgrana gli occhi e mi saluta con quella sua cantilena ironica. Sembrava assopito, ma si risveglia di colpo.
Maledetto vecchio ragazzo dall’immenso cuore azzurro che mi costringe ogni tanto a correre in ospedale dove l’hanno appena ricoverato. Due volte al Policlinico nuovo per un by-pass a una gamba. Problemi di circolazione. Fumava di nascosto nel corridoio del Policlinico, il furfante argentino. Un’altra volta al Fatebenefratelli, tenace vampiro di sigarette. Non smetteva mai. “Alla mia età che cosa vale smettere?”.
Ma stavolta è stato diverso. Stavolta ha visto la morte con gli occhi. “Ho visto la porta nera” lui dice, ora che si è ripreso. E ride, la canaglia del mio cuore, amico da una vita, dal primo cross al Vomero per Hasse Jeppson nel 1952 in quel Napoli di Casari, Comaschi e Vinyei, due mediani eleganti erano Castelli e Granata, il vecchio Gramaglia, 33 anni, al centro, che era arrivato al Napoli a 19 anni restandovi per undici campionati. Il “petisso”, Jeppson e Giancarlo Vitali all’ala destra formavano un magnifico tridente.
La porta nera. “Io ho visto solo quella. Ciò che mi è successo me l’hanno raccontato. Ero al Cto per un controllo, accompagnato da una dottoressa che ho visto crescere, la conosco da bambina, e, patatrac, sono caduto come una pera cotta, perdendo i sensi”. C’era andato, al Cto, per insufficienza respiratoria. Ormai, negli ospedali, non gli chiedono più se fuma. Sviene e lo salvano a un passo dalla fine. E’ stata proprio vicinissima, questa volta.
“Chissà la paura che si sono presa” ride l’impagabile “petisso” ora che il pericolo è scongiurato. “Giuro, non fumo più”. Gliel’ho sentito dire mille volte. Ma stavolta raggruppa le dita della mano destra e li muove nel gesto di chi ha avuto una fifa maledetta.
L’uomo che ha giocato nel Napoli 240 partite, e 291 volte è stato sulla panchina azzurra, e che si considera “un napoletano nato per caso a Buenos Aires”, figlio di un calzolaio marchigiano emigrato in Argentina e di una donna spagnola di La Coruna, ha sempre la battuta pronta. “Era la migliore tattica per tenere insieme Altafini e Sivori”. Ce l’avrà fino all’ultimo momento e ora si diverte a raccontare il suo giorno drammatico.
“E’ la seconda volta che scampo alla morte. Dovevo venire a giocare nel Grande Torino. Mi trattennero a Buenos Aires per il servizio militare. Poi mi ingaggiò la Roma. Era il 1947. Due anni dopo, il Torino si schiantò a Superga. Su quell’aereo dovevo esserci anch’io. Stavolta ho scelto io di non morire”.
E qui comincia il suo racconto a sorpresa con l’ironia e quel sorriso a salvadanaio che non l’abbandonano neanche in questi giorni di lunga e noiosa rieducazione alla Clinica Center.
“Io sono stato per morire il giorno in cui è morto il povero Bulgarelli. Eravamo amici. Lo avevo allenato nel Bologna alla fine della sua carriera inventandogli il ruolo di battitore libero perché non ce la faceva più a correre. Grande giocatore, uomo straordinario il Bulga. Potevo fargli un torto?”.
Ma quale torto, petisso, che ne racconta sempre una nuova? E’ stato così per notti e notti, alle vigilie delle partite, l’ultimo a prendere sonno e, da allenatore, magico affabulatore, narratore infinito di storie del calcio, da quando giocava nelle giovanili del River Plate con Alfredo Di Stefano, e noi tutti attorno a lui e ai bicchieri di whisky a sentirgli raccontare la favola del football ben oltre la mezzanotte.
“Dunque siamo io e il Bulga davanti alla porta nera. Gli ho ceduto il passo. Vai tu, dico. Mi dirai com’è. Ma, insomma, se fossi morto nello steso giorno avrei avuto meno spazio sui giornali. Al meglio, lui ne avrebbe avuta una metà e io l’altra. Invece, io mi sono tirato indietro per lasciargli tutto lo spazio possibile e beccarmelo poi io, tutto intero, quando sarà il giorno”.
Arrivano gli infermieri, il fisioterapista, il primario pneumologo, la dottoressa che conosce da bambina e che lo ha salvato. “Adesso vi racconto” comincia a dire mentre gli sollevano una gamba, gli flettono un braccio, lo fanno inarcare. Incredibile petisso.
fonte : La Repubblica
Glaciale82
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Inviato: Sabato 28 Febbraio 2009, 14:15
mitico Petisso...sei un grande..tieni duro!!!
forza
il petisso
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Inviato: Sabato 28 Febbraio 2009, 15:57
dai...aspetta natuppocu.... :
Chandler007
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Resisti fino alla qualificazione Champions Peti'
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Pià
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... e magari smetti di fumare...
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Rafelmaz
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Petisso sei grande non mollare!!
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Inviato: Domenica 01 Marzo 2009, 0:15
Petisso, manca la tua saggezza a tutti noi tifosi. Ti aspettiamo !
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