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Chandler007
A livello

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| Residenza: NAPOLI - Soccavo |
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Inviato: Giovedì 24 Settembre 2009, 18:29 |
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Nel calcio italiano il Direttore Sportivo ed ancor più il Direttore Generale sono ruoli di recente istituzione. Fino agli Anni Settanta non se ne sentiva il bisogno, nemmeno nei massimi campionati. I loro compiti erano ricoperti praticamente dai Presidenti, dagli allenatori e a volte anche dai segretari, come ad esempio Italo Allodi nella Juve. Ricordiamo ancora che Roberto Fiore era chiamato scherzosamente il presidente-tecnico. Completavano gli organici-standard delle società il medico sociale ed il massaggiatore (all’esterno si muovevano conoscitori o sedicenti tali del calcio che agivano come “osservatori” e scopritori di talenti. Col tempo si sarebbero trasformati in agenti, procuratori o dirigenti). Nessun altro. Dei Direttori Sportivi non c’era traccia, così come – ovviamente – non esistevano ancora i procuratori dei giocatori. I trasferimenti si realizzavano solo su iniziativa delle società. Senza intermediari ufficiali – solo mediatori poco tollerati - e senza nemmeno il consenso degli interessati. Non era ancora indispensabile la firma contestuale del giocatore. L’ingaggio veniva dopo, ed ai giocatori andava una percentuale sul prezzo di acquisto.
Soltanto negli Anni Settanta, dicevamo, le squadre cominciarono ad avvalersi di personaggi, un po’ tecnici ed un po’ organizzatori, che affiancarono i presidenti in un’attività che stava diventando sempre più complessa e laboriosa. Di anno in anno gli organici delle società di calcio si sono così arricchiti, di pari passo con le esigenze organizzative dei sodalizi, tanto che nel Duemila agli storici ruoli ( presidente, allenatore, segretario, medico sociale e massaggiatore) si sono aggiunti qua e là l’amministratore delegato, il responsabile tecnico, il responsabile organizzativo e logistica, il team manager, il responsabile dell’area delle comunicazioni, l’addetto stampa, il segretario generale, il segretario sportivo, i collaboratori tecnici, i coordinatori sanitari, gli chief financial officer, il direttore vendite, i preparatori atletici, il responsabile del settore giovanile, l’allenatore dei portieri, gli allenatori della “primavera”,il consulente di mercato,il direttore dei servizi operativi, il direttore commerciale, il direttore editoriale, il responsabile del settore giovanile, i massofisioterapisti, i fisioterapisti, il direttore marketing, il direttore della pianificazione ed il controllo degli affari societari. E chi più ne ha più ne metta.
MONTANARI PER AIUTARE GIOACCHINO - Nel Napoli si evidenzia il primo Direttore Sportivo nella stagione 1967-68. Mentre sbiadiva l’immagine dell'ex presidente Roberto Fiore (passato per ripicca nei quadri dirigenziali della Lazio), Achille Lauro restava sempre come magna pars, stavolta a protezione del suo primogenito, divenuto presidente proprio per volontà del Comandante. E fu proprio sotto l’egida di Gioacchino Lauro, più spendaccione che austero amministratore, che arrivò a Napoli nel 1967 il primo Direttore Sportivo, il ragioniere bolognese Carlo Montanari ingaggiato a supporto dell’inesperto presidente bambinone. Fu quello l’anno degli acquisti di Zoff, Barison, Pogliana. Ma l’esperienza fu di breve durata: nella stagione successiva, col Napoli in crisi economica, Montanari fu liquidato “perché costava troppo”. Del Direttore Sportivo non c’era più bisogno. Al mercato dell’hotel Gallia andava personalmente Gioacchino a comprare – si diceva – gambe maschili e femminili.
L’EX INQUISITORE NON FU UTILE - Nella stagione 1969-70, il primo campionato di Ferlaino giovane presidente-padrone, ma anche subito ambizioso, nonostante i vuoti di cassa, il Napoli tornò ad ingaggiare un Direttore Sportivo e fu scelto, fior da fiore, l’avvocato Dario Angelini, ex temuto inquisitore della Federcalcio, un dirigente che Ferlaino pensava potesse essergli utile per le indubbie aderenze e come gran conoscitore delle “segrete cose”. Ferlaino lo giudicò - come fu scritto - “l’acquisto più utile” di quell’anno , ma poi lo ridusse a svolgere un ruolo marginale nella costruzione e nella cura della squadra. Angelini non fu molto attivo nel mercato azzurro. Venne piuttosto impioegato come consulente… fiscale, in una situazione societaria molto difficile. Per le altre iniziative il fresco presidente preferì fare da sé. Le studiò tutte per coinvolgere il popolo napoletano. Offrì posti numerati a buona parte degli abbonati, ipotizzò parcheggi riservati (ma non ci riuscì), rispolverò lo stemma di Ferdinando II di Borbone per applicarlo anche sui blocchetti di abbonamento e sulle divise sociali. Disse che bisognava ricordare agli italiani tutti che “poco più di cent’anni prima Napoli era capitale di un regno”, sorteggiò abbonamenti ogni volta che si risparmiava multe per i soliti mortaretti. Ma Angelini venne tenuto sempre in disparte. Tutte le idee scaturivano solo dalla vulcanica mente dell’ingegnere, molto attivo fin dai primi anni di presidenza. Ferlaino. dopo aver fatto fuoco e fiamme per ingaggiare Angelini, lo ridimensionò. I maligni sostengono che pensava di ritrovare utili le qualità dell’ex inquisitore (che a suo tempo aveva indagato anche sul Napoli) nel caso ci fossero presentati guai con la giustizia sportiva. Ma ci fu soltanto la necessità di preparare una robusta difesa, quando durante un Napoli-Milan del 20 dicembre 1970, in pieno clima natalizio (divenne un’attenuante!) il rossonero Villa fu colpito da un razzo. sotto gli occhi di Rosario Lo Bello. Due a zero a tavolino (invece dell’1-0) e S. Paolo squalificato. E’ il caso di ricordare che Angelini “grande inquisitore” era subentrato ad un altro famoso “007” della Federazione, il conte Rognoni. In alcune edizioni del calcio-mercato (come già detto, era allora il noto Hotel Gallia) Rognoni a volte era solito travestirsi da frate per tentare di scoprire le magagne dei mediatori e cogliere sul fatto dirigenti squalificati. Angelini andò via dal Napoli nel 1972, dopo che Ferlaino si era reso conto che praticamente l’ex inquirente federale non era indispensabile, nonostante le tante pratiche ancora da evadere. Né Chiappella aveva bisogno di tutore.
JANICH: NO AGLI INTRALLAZZI - Nel 1973-74, nella nuova sede in Via Crispi, si insediò poi come Direttore Generale, il friulano Franco Janich, (già difensore centrale di Atalanta, Lazio e Bologna, nonché della Nazionale) ed il Napoli, con gli acquisti di Clerici ed Orlandini, alla fine di una stagione storica si installò al terzo posto, guidato dal rivoluzionario Luis Vinicio. Janich restò a Napoli quattro stagioni. Ferlaino – come ricorda Giuseppe Pacileo – pretendeva da Janich correttezza e lealtà (e ne ebbe) nei confronti del Napoli, ma chiedeva anche intrallazzi a danno altrui. E qui Janich non accontentò l’ingegnere. Passò al Como, allenato da Rambone. Al posto di Janich, liquidato insieme con Pesaola, arrivò a Napoli nel 1977-78 Giorgio Vitali, general manager, dall’aspetto pacioccone, ingaggiato per i buoni risultati ottenuti nel Monza. Fin da maggio era stato tutto concluso. Prima storica decisione di quella stagione: l’allenatore Di Marzio, dopo un anno di permanenza sulla panchina azzurra, e Vitali, giudicarono non indispensabile capitan Juliano, invogliando Ferlaino a dargli la lista gratuita. Juliano scelse il Bologna di Pesaola, anche perché il suo ingaggio (120 milioni) era ritenuto insostenibile. Dopo sedici anni si ammainava così una bandiera. Arrivava però il successo nel campionato Primavera grazie ad un'altra famosa “bandiera” passata dal nerazzurro all’azzurro: Mariolino Corso. L’acquisto più indovinato in quel periodo fu quello del portiere Castellini, in rotta con Radice. (Nella foto, Franco Janich col presidente Ferlaino)
LA DIFFICILE CONVIVENZA CON JULIANO - Mentre Ferlaino, stanco anche di Vitali, dopo tre stagioni, falliva l’ingaggio del tandem Ramaccioni (direttore sportivo molto in auge) e Castagner (allenatore) entrambi protagonisti del miglior Perugia di ogni tempo, a Pasqua del 1980, a seguito di una crisi societaria, l’ingegnere chiamava a sorpresa Antonio Juliano come Direttore Generale. Ma “Totonno” restò una sola stagione. All’insegna del motto “il Napoli sono io”, Juliano ottenne dall’accondiscendente Ferlaino la piena responsabilità del sodalizio ed un contratto triennale. Divenne anche azionista e poi consigliere, sembrava sul punto di diventare un nuovo Boniperti, l’uomo adatto per contrastare l’onda montante del malcontento popolare (quel furbo di Ferlaino!). La prima incrinatura si verificò con la conferma di Marchesi allenatore, che non andava d’accordo con l’ex capitano e stimava moltissimo invece il medico sociale Emilio Acampora. In compenso Juliano si rese protagonista dell’ingaggio di Rudy Krol, già pilastro del favoloso Ajax e tesserato in Canadà. Il Napoli ne trasse grande giovamento e alla fine si classificò terzo, dopo Juve e Roma. Ma nonostante l’ottimo piazzamento, il rapporto con Juliano si chiuse anzi tempo. Troppi screzi con la società, varie interferenze nel suo lavoro, addirittura un richiamo “a rispettare i suoi compiti istituzionali”. E fini tutto con le dimissioni. Sentendosi ingannato, Juliano sparò palle infuocate contro Corrado Ferlaino, che non era stato ai patti. (Nella foto, Antonio Juliano con l'allenatore Rino Marchesi)
BONETTO PESCO’ DIAZ - Nella stagione 1981-82 il Napoli sostituiva Juliano col ritorno di Janich, quale coordinatore generale, ma a novembre firmava un contratto biennale di Direttore Generale con Beppe Bonetto, ex D.S. del Torino, il quale contribuì a screditare agli occhi di Ferlaino il suo predecessore Juliano, accusandolo di scorrettezza nella fallita trattativa per l’acquisto di Graziani, attaccante granata. Bonetto, legò il suo nome al laborioso acquisto di Ramon Diaz. Anni dopo, cioè nell’87, svolse un lavoro occasionale come consulente di Ferlaino e sbloccò - lo ricorda Franco Esposito, inviato de Il Mattino” in Brasile e memoria storica del Napoli - la difficile trattativa col San Paulo per Careca, dopo un’aspra discussione con il presidente Aidar, riportando in Italia la firma sotto il contratto già preparato dall’amministratore azzurro Giorgio Curti. Riprendiamo il filo: il rapporto biennale di Bonetto col Napoli si esaurì nell’83, con la salvezza ottenuta in extremis dal tandem Pesaola-Rambone. Ferlaino aveva passato la mano a Marino Brancaccio per la contestazione dei tifosi che rivolevano Juliano in società (ricordate il famoso aereo sul San Paolo? "Ferlaino via, Juliano torna!" era scritto sullo striscione volante) e Brancaccio, infatti, li accontentò, richiamando l'ex capitano. Ben presto, però, se ne sarebbe andato sbattendo la porta, lasciando così a Ferlaino l’eredità Juliano. L’ex capitano, da Direttore Generale, si trovò dunque di nuovo a lavorare nel 1983-84 con Ferlaino “nemico del giorno prima”. Ma si misero d’accordo di operare in piena concordia per il bene del Napoli. Juliano puntava ad ingaggiare Trapattoni per la panchina lasciata da Pesaola e Rambone, “nemici del giorno dopo”, e finì invece col doversi accontentare del modesto Piero Santin, ex Cavese, sostituito poi nel finale di campionato da Rino Marchesi, richiamato per acciuffare in extremis la salvezza. Nell’ 1984-85 il canto del cigno del dirigente Juliano, con l’acquisto di Maradona. L’iniziativa partì dal procuratore di Diego e la proposta giunse a Juliano da Avellino tramite Pierpaolo Marino. Il suo grande merito fu di costringere Ferlaino ad impegnarsi per l’acquisto. Cosa che l’ingegnere fece, trovando i soldi e muovendosi con la consueta astuzia. Fu il punto di partenza del grande Napoli degli scudetti e della Coppa Uefa.
CON ALLODI L’ALBA DELLO SCUDETTO - Il contratto di Juliano era scaduto e Ferlaino nel 1985 coronò così il suo vecchio sogno di portare a Napoli Italo Allodi, uno che, per le sue esperienze nella Juve e soprattutto nell’Inter di Angelo Moratti ed Helenio Herrera, sapeva tutto di calcio e conosceva gli “uomini giusti”. Al suo fianco fu chiamato Pierpaolo Marino un operatore di mercato serio e competente. Allodi e Marino furono gli uomini che costruirono, pezzo dopo pezzo, il grande Napoli intorno a Maradona. In due anni arrivarono in azzurro - agli ordini dello spigoloso Bianchi, molto stimato da Allodi e Ferlaino - i vari De Napoli, Giordano, Carnevale, Garella (in rotta con l’allenatore del Verona, Bagnoli), Pecci, Renica e, in un secondo momento, lo sconosciuto Romano, pescato da Marino a Trieste e preferito al brasiliano Junior. Nell’anno dello scudetto, però, un grave malore nell’Hotel Royal, sul lungomare di Napoli, metteva sulla sedia a rotelle Italo Allodi. Invano si sperò in una pronta e completa ripresa della sua pur forte fibra.
MOGGI, UN RUOLO COMPLICATO A NAPOLI - Ferlaino per difendere lo scudetto nell’87 assunse Luciano Moggi, già vice-capostazione di Civitavecchia, anche lui grande conoscitore di uomini e cose. Pierpaolo Marino, invece, rinunziò al rinnovo del contratto al fianco di Luciano: “I miei metodi sono diversi da quelli di Moggi”, disse, presago. A Torino, Moggi aveva operato bene per diversi anni, accattivandosi le amicizie di giornalisti, dirigenti ed anche arbitri. Durante la gestione Moggi furono acquistati Careca, Giuliani e Zola. Quindi il blitz a Madrid per ingaggiare Alemao, in forza all’Atletico Madrid, dopo un depistaggio dei giornalisti, invitati ad una inesistente cena. Ma la stampa fu più abile del furbo Luciano ed anticipò l’acquisto del brasiliano. Gli andò meglio quando scartò tutti con l’annuncio “Non prenderò mai Crippa dal Torino, è immaturo, non è da Napoli”. Tempo un’ora ed anche Crippa arrivò, però, a Napoli come Alemao. Lo accomunava al presidente la predilezione per le bugie. Dopo la felice esperienza napoletana Moggi fu ingaggiato dalla Juve, contribuendo ai suoi ripetuti trionfi, finiti poi nello scandalo di “calciopoli”, sotto l’accusa per aver favorito con le sue amicizie il cammino dorato dei bianconeri. Non risulta che a Napoli abbia esercitato pressioni per la squadra azzurra. Ma il suo lavoro in azzurro fu molto impegnativo, non solo nelle campagne acquisti, ma anche nel gestire e sanare i difficili rapporti con l’indisciplinato e capriccioso Maradona, per le impuntature dell’allenatore Bianchi e per certi criticabili comportamenti dei giocatori. Conquistato il secondo scudetto azzurro e finito il ciclo di Maradona (ormai coinvolto nella spirale della droga), Moggi, nel 1991, dopo quattro stagioni, fiutò l’aria irrespirabile e se ne tornò a Torino alla Juve. Il resto della sua storia è nota: la stanno ancora decifrando e scrivendo i magistrati.
ARRIVA UN NOBILE NEL NAPOLI, PERINETTI - Nel 1991, finito il ciclo Moggi, Ferlaino – sempre alle prese col suo famoso tira e molla alla guida della società – si affidò ad un Direttore Sportivo di nobile casato, scopritore di giovani talenti (come Totti), Giorgio Perinetti Casoni. Dopo aver preso il francese Blanc e lo svedese Thern, il nuovo D.T. trattò per il Napoli, ormai squattrinato, le grandi stelle europee: il croato Boksic, il bulgaro Stojckov del Barcellona e l’olandese Bergkhamp, con la mediazione di Raiola, ristoratore campano con locale ad Amsterdam e poi procuratore tra gli altri di Ibrahimovic e di Nedved. Il giovane Bergkhamp chiese di venire a Napoli con un altro olandese, individuato nell’attaccante Numan, esterno del Psv Eindhoven e della nazionale. Numan e la fidanzata vennero invitati da Perinetti anche a sondare l’ambiente napoletano e furono ospiti del Napoli per una settimana a Capri. Ma per mancanza di soldi finì tutto lì. Ferlaino stava trattando con Gallo la cessione del malridotto Napoli.
Nel 1993 tornò a Napoli Ottavio Bianchi come Direttore Generale e con lui, sempre dalla Roma, Carlo Jacomuzzi, novarese, ex centravanti del Torino e del Taranto. Bianchi a Roma era allenatore, Jacomuzzi direttore sportivo. Non figurava certamente nel clan di Moggi. A Napoli lavorò con i Gallo e con Lippi e poi con Boskov allenatori. Grande conoscitore del calcio europeo, fu uno degli artefici dell’arrivo di Boghossian e del brasiliano Cruz.
IL CICLO PAVARESE - Nel 1995, cominciò nel Napoli il ciclo di Luigi Pavarese, interrotto solo nel 1998 dalla parentesi Juliano e dalla fugace apparizione di Grillo, ex ferroviere, una vita nel calcio, puteolano, gran conoscitore di giovani. Già a Napoli come aiutante di Marino al tempo di Italo Allodi (in Campania aveva giocato come mediano nel Gladiator), era anche aiutante di Lievore, esperto di carte federali e regolamenti, nello staff del primo scudetto. Tre stagioni dal ‘95 al ’98, fino alla retrocessione del Napoli in B (quello dei quattro allenatori). Auspice Moggi, Pavarese tornò a Napoli nella stagione 1999-2000, con la riconquista della Serie A, allenatore Novellino. Confermato nella stagione successiva, tentò invano di evitare l’arrivo di Zeman e poi favorì l’ingaggio di Mondonico, col quale aveva lavorato a Torino. Fu lo scopritore del brasiliano Amauri e del ceco Jankulowski, ma nella sua gestione figurarono anche molte delusioni, non ultima Edmundo, “o animal”.
DA MARCHETTI A PIERPAOLO MARINO - Nel 2002, col Napoli ancora in B, arrivò di passaggio Gianpietro Marchetti. C’era Naldi presidente-proprietario con Franco Colomba allenatore. Marchetti lasciò in anticipo il Napoli, senza gloria, all’inizio dell’inverno. Fin troppo discreto, schivo. Sfortunata la sua esperienza a Napoli favorita dalle buone parole spese per lui da un giovane giornalista napoletano residente in Emilia e amico della famiglia Naldi. Aveva vinto lo sprint con il reggino Martino. Ma il sogno di Naldi, che nel 2003 era stato costretto a ripiegare su Perinetti, era Pierpaolo Marino, allora legato all’Udinese. Naldi non ebbe il tempo di rimediare. Dopo tutti i suoi errori, arrivò il fallimento e l’uscita ingloriosa dal Calcio Napoli.
Pierpaolo Marino giunse, anzi ritornò, a Napoli al momento della ricostruzione, al fianco di Aurelio De Laurentiis. Una coppia ben assortita ed egemone, col ritorno del Napoli in soli tre anni dalla Serie C alla A. Uomo di piena fiducia del presidente, vero factotum della società e protagonista del rilancio, con indovinate compagne acquisti. Pierpaolo Marino, studi in giurisprudenza non terminati, fu arbitro e poi telecronista delle partite dell’Avellino. Approdò nella società irpina, all’epoca di Antonio Sibilia presidente, come collaboratore nella segreteria guidata da Alfonso Carpenito. A Napoli, come già detto, fu una preziosa spalla di Italo Allodi nella costruzione della squadra dello scudetto. Poi con l’arrivo di Moggi preferì andar via. Lavorò nella Roma dove non lasciò grandi tracce, quindi divenne dirigente e presidente dell’Avellino, infine Direttore Sportivo del Pescara, prima di assurgere al ruolo di plenipotenziario del presidente Pozzo nell’Udinese e da qui al Napoli.
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